Amores perros: il cane nascosto

Amores perros è un film che racconta un’animalità non addomesticata dove un cane, per essere se stesso, deve rimanere nascosto.

Amores perros il cane nascosto

Dopo aver parlato qualche giorno fa del cane Disneyano di Lilli e il Vagabondo e di un’alterità resa nostra, commestibile e annullata in certa misura, parliamo oggi di un film del tutto diverso, direi opposto, dove è rappresentata la dimensione “altra” del cane in un crudo realismo che ci rende inquieti e non pacificati.

Il film si intitola Amores perros ed è una pellicola messicana del 2000 che ottenne la nomination all’Oscar per la miglior opera straniera.

È un film intenso e crudo. In esso si intrecciano vari episodi ed è interessante soffermarci su quello relativo a Daniel y Valeria.

Amores perros: Valeria y Daniel

Valeria è una star della moda in fase di rapidissima ascesa, in una specie di stato di grazia mediatico. Daniel è il suo amante che decide di lasciare la famiglia per andare a convivere con Valeria e il suo piccolo cane da compagnia, Lily.

Daniel, uomo facoltoso, compra una casa dove convivere  con la sua nuova compagna ma, proprio il giorno in cui i due occupano la nuova casa, Valeria è vittima di un grave incidente automobilistico. Riporta numerose fratture che la costringono a un’operazione e ad una lunga convalescenza sulla sedia a rotelle.

L’intero episodio si snoda attraverso questa penosa convalescenza della donna. In questo trascorso vede poco a poco svanire le sue speranze di ritorno rapido alla normalità (le viene amputata una gamba) e di successo.

Contemporaneamente si assiste ad un deterioramento graduale della relazione con Daniel e del loro progetto di vita.

Il cane nascosto

In questo episodio avviene qualcosa di molto strano, potremmo dire inquietante: in un punto del parquet della casa si crea una rottura e un buco.

Un giorno, quando già Valeria si trova in convalescenza sulla sedia a rotelle, la piccola Lily si intrufola in questa fenditura per non uscirne più.

A quel punto quella gioiosa, pelosissima e inoffensiva cagnetta da compagnia, entra come in un’altra dimensione sotterranea, nella quale perde molta di quella inoffensività sociale, per diventare un invisibile essere dell’oscurità.

I due ne sentono i rumori nel cuore della notte, la immaginano divorata da ratti, cercano di avvicinarla senza successo con bocconcini e ciotole piazzate all’imbocco della fenditura.

Da cane “da grembo”, status symbol di un mondo patinato e glamour, cane eminentemente a misura d’uomo, entra nell’oscurità del sottosuolo e si trasforma in altro. Un cane nascosto.

Ecco, a me sembra che questo episodio contenga molto materiale per noi prezioso. Abbiamo un cane, la cui fisionomia è fortemente condizionata dalla egemonia umana, che tuttavia trova un pertugio per uscire da questa stretta.

Evade dal livello luminoso di condivisione umana e finisce sotto, nel buio, nascosto, perde la sua leggibilità.

Senza luce, ad un livello sotterraneo, smette di essere un involucro definibile e prevedibile. Torna ad essere inquietante nella sua indeterminabilità.

Ed infatti, la sua non presenza, la sua esistenza sotto traccia, inizia a generare inquietudine crescente negli abitanti di superficie.

È come se quel sottrarsi del cane, il suo ritorno a un’animalità non disvelata, accenda di riflesso le inquietudini degli umani.

Come se quell’impossibilità di “metterci le mani” a piacimento chiamasse all’adunata tutte le loro angosce.

In tutta coerenza, la storia di superficie ci rappresenta proprio una vicenda di imprevedibilità della vita, di cammini che sembravano procedere in una direzione luminosa e programmata, che trovano la materializzazione dell’assurdo dietro l’angolo, o meglio, ad un incrocio.

Amores perros è un film che consiglio a tutti di vedere ma che non ti lascia in pace. Non si esce da quella sala con un equilibrio ricucito fra l’uomo e l’inquietante, fra l’uomo e il suo ambiente.

Piuttosto è come se la visione di questo film e questo episodio che ho raccontato in particolare, riaprisse una ferita, o la portasse per la prima volta alla nostra attenzione.

Ed è la prima volta (limitatamente alla mia esperienza di fruitore cinematografico) che il cane viene rappresentato proprio in questa sua ineliminabile diversità, in questo smarcarsi dalla lunga favola che gli abbiamo scritto addosso, quasi come fosse un epitaffio.

La distanza fra la concezione del cane espressa in Lilli e il vagabondo e quella di Amores perros é immensa, quasi incolmabile.

C’è una parte significativa della nostra storia con l’altro, del sacrificio costante inflitto al mondo perché diventasse il nostro mondo.

C’è il grande dilemma e la tragedia di un antropocentrismo cieco e un equilibrio che in molti frangenti della nostra storia sulla terra stiamo cercando di ristabilire con affanno.

E forse con un tragico ritardo.

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