Lilli e il Vagabondo – Il cane e il cinema-1

Il cane e il cinema: un rapporto solo apparentemente neutrale e sereno. In realtà c’è sempre stato dell’altro. Cos’altro? Partiamo da Lilli e il Vagabondo – il cane e il cinema.

Lilly e il vagabondo il cane e il cinema

Niente come il cinema ha sdoganato e, in qualche modo, autorizzato una visione del cane nei termini di un “piccolo uomo”, obbediente e devoto, animato e guidato da sentimenti e principi totalmente umani, rozzi ma umani: il cane come l’uomo vorrebbe che fosse.

Il cinema, attraverso la rappresentazione del cane, ha storicamente celebrato e sancito un’alterità annullata e umiliata.

Il cane dei cartoons è stato sin dagli inizi quasi sempre uno pseudo-uomo reso buffo da sembianze canine, al quale restava magari l’aspetto, qualche minuscolo ricordo del quadrupede, qualche abbaio qua e là e nient’altro.

Persino i cineasti di inizio Novecento avevano intuito la duttilità (per usare un eufemismo) del cane che poteva essere modellato, forzato, mascherato, reso irriconoscibile in totale libertà e senza alcun riguardo. In poche parole, una relazione uomo-natura ricostruita su misura e sulle corde dell’uomo.

Antropocentrismo allo stato puro i cui danni hanno avuto ed hanno tuttora un rilascio lento e inesorabile.

Lilli e il Vagabondo – Il cane e il cinema

La storia di questo film metteva in contrapposizione ed in “comunicazione” due mondi: quello civile, del cane domestico, con quello fuori dalle regole del cane di strada.

La trama proponeva l’amore fra la cagnetta domestica Lilli e il Vagabondo, meticcio di strada, come viatico per il passaggio di quest’ultimo dalla sua condizione selvatica a quella più preferibile e rassicurante di cane domestico.

E il cane domestico è un individuo che si assume responsabilità “matrimoniali” e mette da parte la sua ferinità, incompatibile con questo nuovo Eden che si dischiude.

Per tutto il film viene sventolato il prezzo che il Vagabondo deve pagare per entrare nel circolo della civiltà e non è certo una “quisquilia”, anzi, è leggibile a chiare lettere: si tratta, nientemeno, della sua anima.

Se dovessimo sintetizzare, potremmo dire che il Vagabondo deve smettere di essere cane a modo proprio ed essere un lieve, accattivante accenno di caninità, quel po’ che non guasta.

Il Vagabondo deve sposarsi (?) e prendersi cura dei figli: questo ne fa un uomo, pardon, un cane, con la testa sulle spalle.

Diventa quasi superfluo evidenziare le metafore di una cultura borghese che rivolgeva lo stesso “abbraccio comprensivo” alle nuove generazioni, così come alle donne e a tutti coloro che, per motivi bizzarri, non volessero assoggettarsi ad un modello di normalità così tanto ben pensato.

la figura di lilli

È interessante vedere come viene tratteggiata la figura della cagnetta Lilli, tutta pervasa da sentimenti/valori/modelli umani, una donnetta verrebbe da dire, che rappresenta a pieno la donna come l’uomo vorrebbe che fosse, tra le mura di una società borghese blindata. Devota al padrone, preoccupata per la prole del padrone come un’assennata badante, reginetta del focolare.

Torneremo a toccare altri film in futuro non solo perchè ci piace fare un’analisi cinematografica, o per il gusto del mezzo espressivo, quanto piuttosto per evidenziare uno dei luoghi emergenziali più paradigmatici nel quale si vede con chiarezza il nostro approccio cannibalistico a ciò che è altro da noi.

L’altro, sia esso un cane, un asiatico, un africano, un omosessuale, un musulmano, è intollerabile che resti nella sua zona d’ombra. Deve essere commestibile e nostro. È sempre lui che deve venire verso noi, mai il contrario. È lui in difetto ed è lui che deve alleviarci il disagio della diversità.

Bene, meditazione è stare con quello che c’è, senza modificarlo, è anche assumerci il disagio della nostra chiusura, il disagio dei nostri no.

Vediamolo ovunque, dove è più facile, nei film che sono i nostri sogni collettivi, come nelle distorsioni dei nostri rapporti. Con i quadrupedi, ovviamente, ma non soltanto.

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